
AUTOSTIMA
E NUTRIMENTO EMOTIVO (a cura di Bruno Pernice)
E’ abbastanza
semplice dare definizioni di “autostima”. Ognuna di esse è difficilmente
confutabile.
E’ una parola che
riveste un certo appeal per coach, comunicatori, formatori. Alcuni sono tentati
di comprare l’autostima in pronta consegna. E’ qualcosa che, finalmente
raggiunta, può sfuggirci, che di punto in bianco può deluderci, come può essere
il nostro personale sportello, la nostra cassa continua che non eroga banconote
ma ottimismo, slancio, motivazione, piacere di sé.
L’autostima è una
percezione, una sensazione psicocorporea che attraversa diversi strati della
nostra personalità; risulta difficile elencarne con precisione le
caratteristiche, la psicogenesi, i possibili danneggiamenti, perché essa è un
costrutto psicologico che non può prescindere dalla personalità del soggetto
che è multidimensionale e stratificata: l’autostima è uno specchio della storia
del soggetto e delle sue relazioni. E’ certo che l’autostima nasce, cresce, vive
e può avere dei contraccolpi attraverso la relazione.
Non esiste una
“autostima” dotata di una garanzia a tempo indeterminato ma essa può avere una
certa stabilità. Il nostro percorso di vita ci pone di fronte a scelte, dubbi,
prove difficili e la certezza di sé come elemento decisivo della propria
storia, la soddisfazione dei propri risultati, la costanza percettiva relativa
a un soggetto capace, in gamba, pronto ad agire per il meglio, che si piace e
che piace, sono vissuti che possono mutare al mutare, appunto, delle
esperienze, soprattutto di quelle nuove, inaspettate, quelle che ci mettono di
fronte ad un’interpretazione nuova delle cose e di noi stessi.
L’autostima è qualcosa
in progress, come è in evoluzione, se siamo sufficientemente aperti ed
elastici, tutto il nostro sistema di credenze e di competenze, così come sono
in costante evoluzione le nostre emozioni di fronte al variare delle esperienze
e la rappresentazione delle emozioni stesse di fronte agli altri.
La persona “sana”
mette in discussione elasticamente se stesso e la propria efficacia nel mondo.
Non ha certezze granitiche, apprende dagli errori e affina, attraverso
l’esperienza, l’autopercezione, la conoscenza dei propri punti di forza e dei propri limiti.
Se vogliamo pensare
ad una misurabilità dell’autostima, credo che una persona dotata di un buon
livello di autostima abbia anche la consapevolezza di essere una persona
imperfetta e mai completa, di poter soffrire molto come di poter gioire
pienamente a seconda degli eventi, dotata, però, di una solida base di fiducia
in se stessa.
L’autostima può
essere realistica o irrealistica. La prima è figlia di un’autovalutazione
sincera e basata anche sui feedback degli altri, la seconda si fonde con un Sé
ideale, spesso superiore alle proprie forze e alle proprie competenze. Autostima
è “stima di sé” intesa come “io mi stimo”, ma anche stima di sé come “io valuto
me stesso e cambio direzione se tale valutazione non corrisponde a ciò che
sento di poter essere e non sono”. Una persona fiduciosa in sè ma anche nella
possibilità di migliorarsi e di non essere perfetta è anche capace di aiutare,
cambiare l’altro, poiché poco avvezza a dare giudizi rigidi, ancorchè
entusiastici, su se stessa.
Se individuiamo
nell’autostima semplicemente il “piacersi” o la sensazione di “autoefficacia”
oppure l’aspettativa ottimistica riguardo all’opinione che gli altri hanno di
noi stessi, fotografiamo solo parzialmente tale aspetto psichico. Nell’autostima
c’è molto di più: c’è una dinamica complessa e continua di ritaratura delle
proprie relazioni, c’è una calibratura in divenire dell’approccio agli altri,
c’è un differente autocentrarsi e sentirsi padroni di sè come protagonisti, nel
proprio ambiente e di fronte alla variabilità dell’esperienza; c’è un sorprendersi
di fronte alla scoperta di aspetti sconosciuti di noi stessi, c’è un viversi
più o meno serenamente l’introspezione e la solitudine. C’è un fare i conti con
la sensazione di assenza di nutrimento emotivo e con la frustrazione della
mancanza.
L’autostima è un vissuto psicocorporeo che interessa diversi
piani del Sé.
Interessa la
ragione, l’emozione, la fisiologia e le nostre posture. Di fronte a una
difficoltà, per esempio, si mettono in moto una serie di funzioni, intrecciandosi,
in modo che non sia chiaro dove inizi l’una e finisca l’altra. La sensazione di
farcela, di superare la difficoltà, la convinzione, il pensiero, possono
diventare emozioni di successo, previsione, attesa della soddisfazione, gioia,
piacere ma anche scarica adrenalinica, respiro congruo ad un’attivazione
neuromuscolare, profusione di energia ed azione.
L’autostima, vista
così, diventa un vissuto complesso proprio perché non solo mentale ma anche,
allo stesso tempo, emotivo e corporeo. E’ un vissuto inscindibile dalla
capacità di coping, ossia dalla nostra personalissima strategia di
fronteggiamento di un problema.
Autostima è anche
fiducia in se stessi e apertura nell’affrontare un rimprovero, una correzione o
una recriminazione, considerandoli come possibili step di un percorso di
apprendimento, come strumenti di ricalibratura di sé e non come ferite
lancinanti.
E’ inequivocabile
che l’autostima si formi nella prima infanzia attraverso le conferme, il
sostegno, l’affetto e le attenzioni delle nostre figure di riferimento. Essa è
certamente il condensato delle esperienze di nutrimento emotivo avuto da
bambini, dei feedback buoni e delle correzioni sincere e amorevoli di fronte a
un nostro insuccesso. Un’autostima elevata, ovvero una stima di sé come persona
brava, valente, competente, e degna di amore, rispetto e attenzioni, dipende da
questo condensato. La sensazione di elevata autostima si scontra con esperienze
spesso non prevedibili.
Il mantenimento di
un livello accettabile di autostima dipende da quel condensato, ovvero dalla
sensazione antica e forte, limpida e netta di poter essere nutriti
emotivamente, nonostante tutto, nonostante una possibile sconfitta o un evento
imprevedibile. E’ il “nonostante tutto” che è basilare: la possibilità, la
fiducia di poter essere amati, nonostante un nostro fallimento, gli errori, i ripensamenti.
Il “nonostante tutto”
è la pietra angolare. Rappresenta ciò che tiene unita la nostra personalità,
ciò che da senso alla nostra storia e alla contraddittorietà della nostra
storia, ciò che non ci fa rinunciare a ritentare e a ripartire, ciò che non ci
fa impazzire di fronte all’assenza, ciò che dà impulso ed energia alla nostra
motivazione, ciò che mantiene sufficientemente salda la nostra autostima. Il
“nonostante tutto” è anche la sensazione che siamo capaci di poter ricevere
nutrimento emotivo e cose buone dagli altri, anche se, in questo momento, sono
assenti. Chi ha una solida autostima non assiste impotente agli eventi e
continua ad avere fiducia in se stessi e negli altri, anche se è solo.
C’è la
consapevolezza di sentirsi degni d’amore anche quando il nutrimento, in una
fase della vita, può mancare. Chi ha avuto molte cure in passato, chi è stato
nutrito bene, ha un serbatoio da cui attingere. Ha il suo “concentrato di
autostima” da cui attingere, pur vivendo in solitudine: nutrimento
interiorizzato.
L’autostima
fittizia, quella che sconfina nella vanagloria, nell’eccesso di sicurezza in sé
stessi, nell’oppressione dell’altro e dell’altrui libertà può essere una
reazione ad un nutrimento emotivo che non c’è stato o che è stato inquinato da
emozioni negative, come la rabbia e la paura, da parte di chi era deputato ad
offrire nutrimento. E’ un’autostima che si sviluppa “per reazione”, una difesa
dall’idea di non essere stati nutriti sufficientemente in passato e che si
traduce spesso in una presenza nel mondo arrogante e saccente, in un senso di
grandiosità e di inattaccabilità. Naturalmente, la percezione di non essere
stati nutriti abbastanza può connotare, all’opposto, un’autostima ai minimi
termini, sofferente e tipica di un soggetto chiuso, sfiduciato e timoroso della
relazione. L’autostima come correlato del nutrimento emotivo continuo e
connotato dall’assenza del giudizio, è un’autostima sana, inscindibile dal
senso di fiducia e di apertura nei confronti dell’altro visto come fonte
potenziale di nutrimento, è un’autostima che si fonda su esperienze chiare di
valorizzazione e rinforzo positivo, che diventano tracce indelebili nella
storia personale.
Grafologicamente,
l’autostima può emergere da molti segni: segni di solidità, chiarezza,
fluidità, buona strutturazione del grafismo, slancio, un rigo senza evidenti
oscillazioni, assenza di stagnazioni di energia grafomotoria. L’autostima come
sensazione, certezza di poter essere “nutriti nonostante tutto” può tradursi
nel gesto aperto, morbido ma non molle, prevalentemente curvo, nell’assenza di
segni di aggressività, nell’inclinazione a destra, che non mostri ritocchi e
gesti fortemente sinistrogiri; un tracciato che non evidenzi uno “splendido
isolamento”, senza angolosità eccessive, spasmi, prolungamenti importanti,
gesti ostinati.
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